sábado, 31 de outubro de 2009

Praticare le beatitudini del Regno: il vero criterio per la santità

Giorno di tutti i santi. Non è il giorno di coloro il cui nome non si trova nei calendari e le cui immagini sono venerate da miriadi di persone. Non è il giorno di coloro la cui fede non è stata pubblicizzata e, perciò, non riconosciuta ufficialmente dalla chiesa. Non è il giorno di quanti non sono mai stati invocati come intercessori per ottenere grazie e segni prodigiosi. Oggi celebriamo il giorno di coloro che, magari sconosciuti dal grande pubblico e dagli ambienti ecclesiastici, hanno vissuto o vivono nel quotidiano della storia le beatitudini evangeliche. Nell'anonimato, nei piccoli gesti, nel servizio gratuito, nella dedicazione agli altri, nella testimonianza disarmante.

Per provare che quanto stiamo dicendo è profondamente coerente, la liturgia odierna ci propone letture bibliche adeguate ad illustrare il “vero concetto di santità” che il proprio Gesù di Nazareth aveva. Le beatitudini appaiono come l'unico vero criterio per riconoscere la santità di una persona. In esse non appare la necessità del grande segno-miracolo-prodigio, nemmeno i necessari e logoranti processi ecclesiastici per elaborare lunghe liste e prove irrefutabili di virtù eccezionali, angeliche, quasi divine, ma semplicemente la capacità di mettersi al servizio del Regno-nuova umanità.

Le beatitudini riflettono non un discorso circostanziale pronunciato da Gesù su una alta montagna qualsiasi, ma manifestano ciò che ha dato senso alla sua vita intera, alla sua missione come uomo e profeta. Manifestano l'insieme della sua predicazione, del suo messaggio e della sua coscienza. Il tutto assunto come “principio di vita”, come vera norma, come diritto-dovere, come lo furono i “comandamenti” dati da Dio a Mosè e al popolo di Israele sul monte Sinai. In pratica, santi e sante, sono tutti coloro che cercano di riprodurre nel loro quotidiano scelte, attitudini, opzioni, valori che contribuiscono a fare crescere il regno del diritto alla vita e alla dignità.

Per questo Gesù riconosce che i ”poveri nello spirito” possiedono già fin da adesso il regno di Dio, poiché da un lato essi sono coloro che maggiormente necessitano di ottenere vita e dignità, e dall'altra sono i preferiti per costruire per se stessi e per gli altri poveri-umiliati-oppressi la vita e la dignità che le son negate. Santo e santa sono coloro che “svuotandosi” di stessi, delle loro ambizioni, borie, privilegi, ricchezze che producono dipendenza e idolatria, si mettono al servizio di coloro che “non contano”, che non possiedono, che sono stati “svuotati e impoveriti” della loro voglia di vivere, della loro speranza, della loro dignità, ma anche da quei beni necessari per vivere.

Gesù riconosce come santi e sante coloro che assumono come principio di vita non la violenza, la sopraffazione, la prepotenza, l'arroganza, come il mondo vuol farci adottare, ma la capacità di dialogare, di costruire assieme, di collaborare, di tessere insieme relazioni di giustizia, di onestà, di pace, di condivisione, le sole virtù capaci di far ottenere la “terra promessa”, la terra dell'abbondanza per tutti, la terra dove scorre pace, giustizia e dignità. Solo in queste condizioni si potrà ”vedere Dio”, riconoscere la sua presenza che continua a “creare nuovi cieli e nuove terre” nel cuore e nella vita dei sui figli e figlie. Per questo, santi e sante, sono coloro che cercano di mettere in pratica il diritto per costruire giustizia, per garantire terra e felicità per tutti, per completare ciò che manca all'opera creativa di Dio.
Santi e sante sono, infine, tutti coloro che non si preoccupano di salvare la loro pelle ma la pelle e la vita di coloro che ce l'hanno continuamente a rischio. Beati e santi sono coloro che affrontano a testa alta, con audacia, senza timore, le persecuzioni e i tribunali dei benpensanti, dei privilegiati arroganti, di coloro che si mettono al posto di Dio per giudicare e condannare il giusto, il povero, l'indifeso. Santi sono coloro la cui testimonianza (martirio) molte volte non è capita e accettata non solo dai tribunali ecclesiastici, ma anche dai propri “testimoniati” per i quali spesse volte questi santi-beati hanno “perso la faccia”. Beati sono loro, perché Dio - e non gli uomini, - si manifesta e agisce per mezzo di essi e attraverso la loro testimonianza continua a salvare, a redimere, a realizzare vita in pienezza.
A coloro che non sono mai stati invocati come intercessori e mediatori negli altari dei grandi santuari, ai beati e santi, anonimi ma reali, la mia eterna venerazione e devozione!

sexta-feira, 23 de outubro de 2009

Superare le tenebre della marginalizzazione e seguire Gesù nel viaggio verso il calvario (Mc.10,46-52)

Gesù continua nel suo viaggio verso Gerusalemme, la città dove si darà lo scontro finale. Durante questo viaggio che non è solo geografico ma spirituale ed esistenziale, appaiono vari personaggi che lo interpellano. Siamo noi stessi nelle varie circostanze della nostra vita. Dopo l’anonimo che desiderava solamente “guadagnare la vita eterna”, - senza però entrare nella dinamica del Regno, - dopo l’episodio in cui i suoi più intimi collaboratori manifestano cinicamente il desiderio di “occupare una carica politica destra e a sinistra” di Gesù, inteso come futuro capo politico, appare nel vangelo di oggi un “cieco”: Bartimeo, figlio di Alfeo. Un cieco che sedeva ai margini della strada, ai margini della società.
Bartimeo sembrava ormai rassegnato con ciò che è riservato agli “ultimi” della società: abbandono, noncuranza, indifferenza. Forse lo avevano istruito fin da piccolo – come era consuetudine in Israele – ad accettare la sua situazione come un meritato castigo di Dio per qualche peccato commesso da lui o dai suoi progenitori. Bartimeo, sorprendentemente, sembra non accettare passivamente quella mentalità e nemmeno la sua situazione di vivere ai margini della vita e della società.
Al passaggio di Gesù grida e invoca compassione e pietà. La società tuttavia ha già determinato il posto che ciascuno deve occupare al suo interno. A Bartimeo gli avevano riservato il posto di mendicante, di inutile, di rifiuto sociale da tenere nascosto affinché non perturbi la pace e la serenità ipocrita dei benpensanti. Egli non si rassegna a questo ruolo e si ribella. Rompe gli indugi e grida più alto di coloro che lo vogliono zitto.
Gesù il compassionevole che sa udire attraverso il cuore carico di pietà ascolta il grido di Bartimeo e lo fa chiamare. Gli stessi che lo volevano zittire sono incaricati di chiamarlo perché si avvicini a Colui che ha avuto pietà del suo grido di indignazione e ribellione. Bartimeo gettato via con il mantello il peso della discriminazione e dei complessi di colpa inculcati nella sua mente dalla tradizione religiosa, “balzò in piedi”. “Alzarsi o mettersi in piedi” è lo stesso verbo greco utilizzato per descrivere la risurrezione di Gesù: “risuscitò!” Bartimeo percepisce che è arrivata la sua ora di vivere una nuova vita.
Non più una vita dominata dalle tenebre, dalla conformazione, dal rigetto sociale e religioso, ma una vita piena di luce, di speranza, di rovesciamento umano e sociale. Una vera risurrezione! Bartimeo chiede di “ritornare” a vedere, a vivere. Bartimeo non era cieco fin dalla nascita. Aveva assaporato la bellezza della luce della vita. Chiede di rifare l’esperienza di sentirsi accolto, amato, accettato.
Gesù non compie il “miracolo”. La fede di Bartimeo nel potere di Gesù è la vera autrice del “segno-miracolo”. La sua non rassegnazione con i ruoli stabiliti dalla società, la sua ribellione a ciò, la sua voglia di partecipare pienamente alla costruzione della vita hanno prodotto la sua “risurrezione luminosa”. Differentemente da colui che desiderava avere in eredità la vita eterna – ma senza avere il coraggio di vendere tutto ciò che aveva per darlo ai poveri e seguire Gesù, - Bartimeo si aggrega a Gesù.
Lo segue non ai margini della strada, come cieco e pezzente rigettato rassegnato, ma lungo il “viaggio”-strada, come persona rinata e come discepolo, accanto a Gesù! Gli ultimi, per Marco, sono i soli che sanno accettare il messaggio di Gesù e a deventarne suoi discepoli verso il calvario.
PS. Acabou hoje o capìtulo comboniano em Roma. Volto à normalidade!

sábado, 10 de outubro de 2009

Daniele Comboni, il missionario!

Oggi noi Missionari Comboniani celebriamo la festa di San Daniele Comboni, nostro ispiratore. Il 10 ottobre del 1881 moriva all'età di soli 50 anni questo prete bresciano, ma cresciuto a Verona, al Don Mazza. Uomo pieno di ideali, di personalità forte e indomita, caparbio e di non sempre facile convivenza, ebbe il coraggio e l'audacia di portare avanti un sogno considerato chimerico da molti suoi contemporanei:evangelizzare l'Africa Centrale, in parte sconosciuta e in parte abbandonata difronte a numerosi tentativi di "conquista ed esplorazione" tutti fallimentari.
Comboni morì cercando di convincere se stesso e i pochi/e che gli erano rimasti che la sua missione non aveva fallito, anche se tutto indicava il contrario. Non ebbe la preoccupazione di fondare un istituto ma lottò a partire dall'intuizione di imbastire un gruppo di "volontari" preti, suore, laici per far fronte all'urgenza-emergenza Africa. Il secondo secondo momento, col tempo, sarebbe stato, - nel suo sogno/progetto, - constituito dalle proprie forze locali, indigene (Salvare l'Africa con l'Africa!)
Ebbe scontri di vedute e di metodi non indifferenti con varie personalità e missionari suoi collaboratori -e questo mostra tutta la sua carica umana di autenticità e schiettezza - ma era, allo stesso tempo, grande nel riconoscere le spigolature della sua personalità forte ed irruente. La capacità di dialogare sempre e di cercare ciò che unisce anche al di là delle nostre restrizioni e differenze, dovrebbe essere per noi, oggi, uno dei patrimoni di Comboni da custodire e amministrare.
Oggi viviamo momenti nuovi e complessi che richiedono ai noi comboniani - che ci ispiriamo a lui - audacia e perspicacia. Personalmente mi dirigo sempre direttamente a Dio Padre senza chiedere l'ausilio di mediatori nelle mie suppliche, ma certamente la testimonianza e la chiariveggenza di Daniele può essere per noi comboniani e per la chiesa missionaria, uno stimolo a situarsi nel mondo con altri occhi, con altre sensibiltà e, certamente, con metodologie missionarie più coerenti e sintonizzate con le realtà odierne.

La vera preoccupazione è con il regno e non con "il premio eterno". Mc.10,17-30


A volte si ha l’impressione che nella società odierna, quantunque carica di evidenti contraddizioni, sia ancora sentita in maniera molto forte la preoccupazione con la “salvezza eterna”. Quella specie di ricompensa che si ritiene di ottiene quando ci si comporta in un certo modo. In modo più chiaro, quando si obbedisce a determinate norme, precetti, partiche rituali e comandamenti. Non che ciò sia detestabile, ma rivela che l’intenzione sottostante, in generale, sembra essere la logica della negoziazione –quantunque incosciente – con il Dio al quale ci si dirige. Una specie di “Ti do’ perchè Tu mi dia”, o “ho fatto ciò che mi chiedevi, ora mi merito un premio”. E’ la cosidetta “teologia della retribuzione”. E’ proprio questa che Gesù ci invita a superare, ad andare oltre e ci invita ad entrare nella logica-dinamica del Regno!
Mi sembra, in questo senso, che il vangelo di oggi sia di una lucidità unica. Schiarisce una volta per tutte cosa significa la logica dell’ ottenzione della “vita eterna” e la logica-prassi dell’entrare nel “Regno di Dio”. Sono due realtà abbastanza differenti che non si confondono. Richiedono dinamiche proprie, anche se possiedono un legame innegabile tra di loro. Veniamo al vangelo odierno!
1. Una persona, anonima, al vedere Gesù passando si inginocchia e gli chiede cosa deve fare per “guadagnare come premio la vita eterna”. Come si nota, la preoccupazione di “questo anonimo” – che può essere qualsiasi uno di noi - è con la salvezza finale e non con la salvezza storica che può essere costruita qui e adesso. In risposta Gesù cita ciò che la religione ufficiale raccomanda ai suoi seguaci, ossia la pratica fedele ai precetti, norme e proibizioni legali. Una chiara provocazione di Gesù per vedere fino a dove il suo interlocutore può arrivare....
2. L’anonimo, in maniera onesta, ammette che ha osservato tutto ciò che gli è stato richiesto dall’ufficialità religiosa fin da piccolo. Potremmo dire che egli ha avuto un comportamento integro, da vero “pio” osservante della legge e, perciò, meritevole dei “premi eterni, della vita eterna”! Gesù riconosce in lui la sua profonda onestà, e ciò desta in Gesù un profondo sentimento di ammirazione. Un’ammissione evidente di Gesù del suo grande potenziale per diventare un suo possibile seguace.
3. Difronte a ciò Gesù gli presenta, senza mezzi termini, le sue condizioni, ma non perchè ottenga la vita eterna, ma affinchè lo possa seguire come discepolo. La condizione è chiara: escire da se stessi, abbandonare la logica della salvezza eterna, finale, vendere-disfarsi, relativizzare radicalmente ciò che ci dà falsa sicurezza, darlo ai poveri, i veri destinatari del Regno, – e questo basterà per garantire un tesoro-premio nei cieli – e poi “SEGUIRE” Gesù. Ossia, Gesù ci invita ad abbandonare la logica della retribuzione, la preoccupazione con i possibili premi eterni e ad entrare nella logica della costruzione urgente della salvezza reale e concreta dell’uomo e della donna di oggi. Aderire definitivamente alla prassi del Regno di Dio.
4. La reazione dell’anonimo interlocutore di Gesù non lascia margine a dubbi: si fece scuro in volto e rattristato se ne andò. Aveva, infatti, molti beni. I molti beni, le ricchezze che diventano idoli, sono un ostacolo per entrare nella logica del Regno che si destina in primo luogo “ai poveri”. Gesù, con ciò, stabilisce con chiarezza qual’era la sua vera preoccupazione. Essa non era con la vita-salvezza eterna, quanto con la necessità di costruire il Regno che era il solo mezzo che permetteva anche a coloro “che non praticavano i precetti e le norme di purezza legale” di salvarsi....Salvarsi dall’opulenza e prepotenza di tanti ben pensanti, di tanti religiosi legalisti, intransigenti ed egoisti, da tanti indifferenti che usano il nome di Dio e i suoi comandamenti per non vedere e nulla fare con coloro che oggi sono ingiustamente incarcerati, dimessi, discriminati e umiliati.

terça-feira, 29 de setembro de 2009

XVII Capitolo comboniano: opportunità di svolta e di cambiamento istituzionale


Questo capitolo speciale nacque sotto la bandiera dell'urgenza, in parte dettata dalla chiara percezione che l' istituto – ahimè, come tanti altri - si trovava alla deriva. Era urgente fare una svolta. A partire da ciò si sono create inevitabili e legittime aspettative, speranze e sogni di veri cambiamenti. Molti nostri confratelli - e io stesso - continuiamo ad alimentare tali aspettative a riguardo di questo capitolo speciale e principalmente quanto alla presa di posizione e decisione di fare scelte coraggiose, come ce lo ricordava il proprio padre generale nella sua relazione iniziale.
Leggendo i testi finora prodotti, - quantunque siano incompleti - ho avuto la sensazione del “già visto”, dell'incompiuto, del nulla di nuovo sotto il sole...annebbiato. Pur ammettendo che è prematuro prevedere quale sfocio avrà questo capitolo, mi sembra che le premesse per i desiderati cambiamenti ancora non ci siano. Qualcuno potrà obiettare che tutto dipende da atteggiamenti interiori e non da cambiamenti formali e istituzionali. Se cosi fosse, tuttavia, non ci sarebbe stato bisogno di un capitolo speciale!
Arrivati a questo punto del capitolo e analizzando le premesse fin qui poste mi chiedo quale potrà essere la nostra contribuzione speciale all'istituto, quale potrà essere il valore aggiunto di questo capitolo, anche se non sarà totalmente originale, ma che almeno sia minimamente idoneo per rispondere alle evidenti attese di tanti confratelli. Si potrà certamente dire che è l'elaborazione di un piano per l'istituto, esigenza questa che sembra sia sentita da molti e che ho appoggiato fin dall'inizio. Tralasciando il fatto che per arrivare a questa sofferta decisione in aula capitolare alcuni giorni fa sia prevalso più il silenzio che il consenso, vorrei dire su ciò 3 cose:
1. Un piano anche se ben elaborato e tecnicamente coerente, se privo di decisioni significative, di scelte coraggiose e di densità profetica non ci toglierà dalla deriva in cui ci troviamo....a non essere che per la maggioranza ne siamo già usciti.
2. La nostra innegabile mancanza di dimestichezza di lavorare con piani di azione ci richiederà, nel post-capitolo, periodi non corti di adeguazione e allenamento perché ciò che decideremo sia realista e fattibile da un punto di vista concreto e operativo.
3. Un piano richiede, infine, cambiamenti istituzionali nel sistema di governo per gestire il volume di azioni sia a livello generale come continentale, cosa, quest'ultima, tristemente ignorata nelle attuali premesse .
Penso, tuttavia, che stiamo in una fase cruciale del capitolo e che possiamo ancora salvarlo. Pertanto, vorrei fare un richiamo a tutti noi capitolari perché prendiamo coscienza delle responsabilità e delle aspettative che i nostri confratelli hanno depositato in noi. Perché capiamo che il nostro mandato capitolare non è basato solamente sulla fiducia che essi ci hanno dato, - e questo non è poco - ma anche sulla nostra fedeltà a quanto essi hanno deciso nella fase anteriore al capitolo. Noi, in effetti, dovremmo sentirci solo i portavoce delle loro speranze di cambiamento e aspettative.
Invito, per finire, tutti coloro tra i capitolari che non erano nati o erano adolescenti - come me - all'epoca dell'elaborazione della Regola di Vita (40 anni fa') che non ci sentiamo inibiti, ma che con libertà interiore e coraggio possiamo proporre, correggere, innovare non solo la Regola di Vita, là dove c'è urgenza di farlo (alla fine non è parola rivelata!), ma principalmente quelle realtà che riteniamo essenziali per la nostra identità missionaria e comboniana.
Allo stesso tempo vorrei fare un richiamo perché non si utilizzi la Regola di vita per ingessare proposte innovatrici di cambiamento, ma che sia vista da tutti come un qualcosa di dinamico, di vivo che può e deve essere aggiustata ai tempi, alle urgenze e alle complessità del momento presente per rispondere con fedeltà ai sogni che oggi sentiamo e che vogliamo vivere.

sexta-feira, 25 de setembro de 2009

Agire come Gesù, non importa l'appartenenza - Mc.9,38-43.45.47-48


Non sempre abbiamo l'abitudine di fare una adeguata distinzione tra religione e fede. Spesse volte le identifichiamo. Tuttavia, la fede può sussistere e alimentarsi anche fuori dalla religione. La fede è la motivazione intima, profonda di un rapporto personale, inimitabile e irriproducibile tra la persona e Dio (indipendentemente dalla sua identità).
La religione è prodotto/frutto di un sistema umano, sociale e culturale che tenta di interpretare i rapporti tra la persona e Dio e cerca di strutturarli, metterli in funzione di un sistema prodotto culturalmente e storicamente. Ossia, un'insieme di norme, codici, precetti, gerarchie, forme di appartenenza chiara, di identità, che spesso minacciano la “fede”. Teoricamente, la religione dovrebbe essere uno spazio che alimenta e sostiene la fede, ma spessissimo la nega!Ho cercato di fare questa introduzione anche se un po' semplicista perché il vangelo odierno smaschera il facile abbinamento fede-religione.
Gesù è interpellato dai suoi discepoli perché si manifesti e “giudichi” un anonimo che stava curando utilizzando il suo nome. Essi volevano che glielo impedisse poiché non “apparteneva al gruppo di Gesù”. Ossia, non aveva una identità legata al gruppo, quantunque riproducesse, fuori dal gruppo, gli stessi segni di Gesù. Gesù, saggiamente, si colloca al di sopra di questi criteri di appartenenza formale e rafforza altri criteri, principalmente il criterio del giusto agire (orto-prassi), indipendentemente dai criteri formali di identità: “Chi non è contro noi è con noi. Non c'è nessuno che faccia ciò (agire bene) e subito dopo parli male di me e del mio modo di fare”. A partire da questa affermazione Gesù lascia chiaro che cosa è per lui la vera religione, quella che può e deve alimentare la fede, ossia il “retto agire”.
Gesù, infatti, segue nel suo intento di smascheramento della falsa religione ampliando e specificando maggiormente cosa tutto ciò può significare la pratica della vera fede indipendentemente dall'appartenenza formale a un gruppo o religione: chiunque, infatti, darà un bicchiere d'acqua da bere a un discepolo di Gesù, nel suo nome (e non motivato da precetti religiosi) - ossia chi agisce mosso dalla pura compassione e dalla carità, - avrà la sua ricompensa. Al contrario, coloro che “scandalizzano”, ossia, che sono di inciampo ai “piccoli” (in senso sociale) che agiscono rettamente, curano, guariscono, fanno segni sorprendenti nel nome di Gesù, pur non appartenendo al suo gruppo, sarebbe meglio che rinuncino al loro progetto di vita, si ritirino.
Coloro che usano tutti mezzi a loro disposizione (braccia, piedi, mani, occhi....) per impedire (scandalo) a tutti coloro che cercano di curare e guarire le ferite del corpo e dello spirito, come Gesù faceva, dovranno fare una radicale purificazione estirpando dentro di loro tutto ciò che “scandalizza”, impedisce il crescere della vita, del bene, del giusto agire! Estirpare e potare radicalmente le cause dello scandalo sono condizioni indispensabili per poter accedere all'imminente regalità di Dio.
E' preferibile, infatti, passare per un processo di dolorosa purificazione e di conversione radicale al nuovo che Dio sta preparando, che essere esclusi dal suo accesso e partecipazione. La loro esclusione significherebbe morte, infelicità e mancanza di speranza.
P.S. Peço desculpa aos amigos de lingua portuguesa por ter escrito em italiano, mas o teclado italiano è pobre na simbologia gràfica.....

sexta-feira, 18 de setembro de 2009

Que o "maior" sirva até o calvário (Mc. 9. 30-37)

Às vezes diante do inevitável, do “consumado” tentamos reagir de todas as formas. Vemos o que está por vir, mas freqüentemente nos recusamos em acreditar que aquilo que está acontecendo bem pouco podemos fazer para alterá-lo ou redirecioná-lo. Descobrimos a nossa incapacidade de modificar uma realidade que parece maior do que nós. A fuga tampouco não parece ser solução, pois seria uma forma de posticipar o problema, e não uma solução definitiva.

Isto parece ser o que Jesus experimentou quando o que parecia ser uma intuição ou percepção passou a ser algo claro, certo, inevitável. Refiro-me à consciência de Jesus de que, inevitavelmente, se persistisse nas mesmas opções e decisões que havia tomado seria fatalmente destinado a pagar com a sua vida por tudo isso. Jesus começa a perceber que não somente será o profeta-servo sofredor, o rejeitado, mas também o “sacrificado, o condenado a morte”.

O paradoxo que Marcos nos apresenta consiste justamente nisto: diante da perspectiva de serviço rejeitado, sacrificado, condenado, os discípulos de Jesus - o servo rejeitado, - em lugar de segui-lo no serviço incompreendido, rejeitado e sofrido discutem e rivalizam para ver quem dentre eles era o maior!

Temos fortes elementos para pensar que Marcos não está preocupado em resgatar um acontecimento histórico ocorrido na vida de Jesus, mas em dar uma resposta às primeiras manifestações polêmicas já existentes entre os seguidores de Jesus sobre quem e como deveriam ser os “dirigentes oficiais” da igreja hierárquica nascente.

Evidentemente, o evangelista, ao fazer memória da trajetória de Jesus procura recuperar de um lado aqueles elementos inspiradores da conduta e da opção do Jesus histórico sobre esse tema-problema (serviço X poder), e do outro, quer oferecer uma reflexão-repreensão a quantos, na atualidade (anos 70-80,) queriam fazer do apostolado um meio para se projetar e acumular prestigio.

Marcos deixa claro que o seguidor-discipulo de Jesus não pode segui-lo achando que vai ser para ele uma oportunidade para “ganhar a vida”, e sim um serviço muitas vezes contrastado, perseguido, incompreendido e sacrificado. Ou seja, o verdadeiro discípulo de Jesus para Marcos é somente aquele que O segue até o calvário. Ponto final.

Isto vale para todos, mas principalmente vale para aqueles que são chamados a ter responsabilidades dentro da igreja, ou seja, para aqueles que são considerados pelas pessoas comuns como sendo “os maiores, os primeiros”. Cair na tentação de utilizar o seguimento de Jesus para adquirir poder e prestigio è negação da prática e da mensagem de Jesus. É um comportamento típico de um “satanás” (veja evangelho de domingo passado), ou seja, de alguém que pensa e age “segundo os homens”, segundo suas ambições, e delas è dominado e controlado.
Uma pessoa assim não poder ser chamado de cristão!